Buoni postali: c'eravamo tanto amati

 01-03-2016 Lino Di Santo

L’argomento buoni postali ha suscitato una valanga di proteste e reclami nei confronti delle Poste. Anche io, dopo il post pubblicato a novembre del 2014 (Buoni Postali: le Poste non pagano gli interessi promessi), ho ricevuto diverse decine di email di risparmiatori che, arrivati alla scadenza del proprio buono, si sono visti liquidare dalle Poste cifre nettamente inferiori (anche della metà) a quelle attese, stando alle tabelle poste a tergo dei buoni stessi.

La vicenda, come si ricorderà, riguarda tutte le serie di buoni postali emessi precedentemente o a cavallo dell’introduzione del Decreto Ministeriale del 13/06/1986, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 28 giugno 1986, n. 148.  In quella data, il Tesoro, modificò le condizioni dei buoni postali fruttiferi emessi precedentemente (per lo più “O” e “P”, considerando che molti buoni della serie “M” e precedenti sono attualmente prescritti o stanno per diventarlo) ed istituì una nuova serie (Q) che aveva rendimenti sensibilmente più bassi dei precedenti. Secondo la norma, da quel momento, “ai soli fini del calcolo degli interessi, i buoni delle precedenti serie, alle quali sia stata estesa la variazione del saggio, si considerano come rimborsati e convertiti in titoli della nuova serie e il relativo computo degli interessi è effettuato sul montante maturato, in base alle norme di cui al primo comma del precedente art. 172, alla data di entrata in vigore del decreto previsto dal presente articolo. Per i buoni che siano stati emessi da meno di un anno, il nuovo saggio decorre dalla data di compimento dell'anno ed il calcolo, degli interessi è eseguito sul montante maturato alla scadenza di questo periodo. Gli interessi vengono corrisposti sulla base della tabella riportata a tergo dei buoni; tale tabella, per i titoli i cui tassi siano stati modificati dopo la loro emissione, è integrata con quella che è a disposizione dei titolari dei buoni stessi presso gli uffici postali

Inizialmente diverse associazioni di consumatori avevano raccolto e fatto proprie le delusioni dei risparmiatori, avviando le procedure di reclamo previste in questi casi. V’è anche da dire che qualche Giudice di Pace (come quelli di Novara e Savona, ad esempio) ha anche dato corpo a questi reclami, emettendo un decreto ingiuntivo che ha condannato le Poste a rimborsare ai risparmiatori i maggiori interessi dovuti. In sostanza, i due giudici hanno accolto le doglianze dei risparmiatori secondo i quali “la variazione unilaterale dei tassi rappresenta un’evidente violazione degli obblighi contrattuali e del principio di buona fede contrattuale”. Perché, “non essendo mai state messe a disposizione degli utenti le tabelle integrative che riportavano il cambiamento dei tassi di interesse, il risparmiatore non è mai stato in condizione di decidere consapevolmente se accettare la variazione oppure recedere dal contratto”. Quanto basta per identificare “anomalie nella normativa e principi di incostituzionalità”. Casi come quelli di Novara e Savona sono ancora oggi al vaglio di quasi tutti i tribunali italiani. C’è quindi da aspettarsi ulteriori sviluppi sulla vicenda, di cui vi darò conto nei prossimi articoli. Al momento, di certo, ci sono solo le due sentenze di primo grado appena citate.

Per contro, va però detto che anche l’Arbitro Unico Finanziario, il soggetto istituito dalla legge sul risparmio (legge n. 262/2005) per risolvere le controversie tra clienti e sistema finanziario, si è occupato molte volte della questione. A differenza dei due giudici, però, su 67 reclami presentati da altrettanti risparmiatori nel 2015, 66 sono stati rigettati dal Collegio, che, nelle proprie decisioni ha purtroppo per i risparmiatori sancito “la prevalenza della norma sui tassi esposti nelle tabelle a tergo dei buoni”, riconoscendo così alle Poste la legittimità del proprio comportamento. Tranne che in un caso. Lo racconto perché credo possa essere utile ai possessori di buoni postali che dovessero leggere questo articolo e valutare se è il caso di attivare o meno la controversia contro le Poste. Il ricorso è stato presentato l’11/06/2015 da una signora cointestataria di due buoni postali di 250.000 lire ciascuno emessi il 19/09/1986 (quindi successivamente al citato D.M. di giugno 1986). Ciò nonostante, sui buoni posseduti dalla risparmiatrice erano ancora indicati i vecchi tassi. L’Arbitro Unico Finanziario ha per questo motivo ritenuto negligente il comportamento dell’intermediario che – pur essendo a conoscenza dell’esistenza della norma - non ha incorporato nel testo cartolare le determinazioni ministeriali. Sempre secondo l’ABF, tale comportamento ha creato un falso affidamento nel ricorrente sottoscrittore dei titoli. Ha perciò deciso di sanzionarlo obbligando le Poste a corrispondere alla risparmiatrice l’intero ammontare degli interessi indicati sui titoli.

Pertanto, pur essendo sempre aperta la possibilità di richiedere rimborsi o risarcimenti in tutti i casi di liquidazioni difformi da quelle previste dai tassi stampati sui buoni, va però riconosciuto che appare molto difficile ottenere qualche risultato positivo e definitivo (le sentenze finora ottenute con vittoria dei risparmiatori sono ancora di primo grado). Al contrario, nel caso in cui, come per la signora dei buoni emessi a settembre del 1986, risulti evidente l’errore del personale degli uffici postali che ha usato un buono con le condizioni non aggiornate, può essere possibile - ad esempio rivolgendosi all'Arbitro Bancario Finanziario - ottenere la liquidazione della cifra completa.

In conclusione, ecco alcuni suggerimenti che spero possano essere utili per verificare in via preliminare se esistano o meno le condizioni – per quanto scritto finora – per un eventuale reclamo:

la data di emissione dei buoni e la tanella con i tassi
  1. verificate innanzitutto se la data di emissione del buono è successiva all’entrata in vigore del Decreto Ministeriale del 13/06/1986;
  2. verificate poi se la serie del buono in vostro possesso è corrispondente alla data di emissione (dovrebbe essere almeno Q);
  3. verificate che i tassi esposti in tabella siano conformi alla serie del buono, o che non vi siano timbri apposti con i tassi corretti. Per i buoni contestabili, i tassi che dovrebbero essere indicati sono: 8% dal al anno; 9% dal al 10° anno; 10,5% dall’11° al 15° anno; 12% dal 16° al 20° anno.

Se la seconda e la terza condizione non dovessero essere soddisfatte, allora vale la pena di avviare una procedura di reclamo. In questo caso, se volete, potete utilizzare il mio calcolatore su questa pagina, per determinare il valore che vi spetterebbe e confrontarlo con quello che ricevereste calcolandolo sul sito delle Poste. Se avete bisogno di ulteriori chiarimenti, scrivetemi attraverso il modulo contatti del sito.
In ogni caso: in bocca al lupo!

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COMMENTI (2)

  • Alberto

    04-03-2016 10:14:55

    Io ho da poco riscosso un buono di 500 mila lire fatto nell'86. Ricevuti 3843 euro. Non avendo molto tempo non sono stato li a controllare. Ho usato il suo calcolatore (a proposito complimenti) e ho visto che avrei dovuto ricevere oltre 6.600 euro. Dice che sia tardi ormai per un'eventuale azione legale? Che poi è tutto da vedere, come vanno le cose, costo avvocato, ecc ecc.

  • Vincenzo

    02-03-2016 19:58:47

    Grazie per l'ottimo suggerimento. Se lo avesse scritto agli inizi di gennaio, avrei risparmiato più di mille euro che ho dovuto pagare al commercialista per una consulenza tecnica che poi si è rivelata anche sbagliata. Le scriverò in privato

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