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Le criptovalute: cosa sono e come funzionano

 26-11-2017 Lino Di Santo

Le criptovalute, o valute digitali o virtuali, sono chiamate così perché il loro funzionamento si basa sui principi della crittografia per convalidare le transazioni e la generazione di moneta. La sicurezza delle transazioni è assicurata cioè da un algoritmo che crittografa le informazioni, garantendone in questo modo l’autenticità e l’integrità.

Si definiscono inoltre decentralizzate perchè la loro emissione non è soggetta al controllo di un istituto centrale, come per esempio avviene nel caso degli euro con la Banca Centrale Europea (BCE). Questo significa che le criptovalute non vengono "stampate", perciò non sono di carta o di metallo come il denaro a cui siamo abituati. Sono fatte di bit, cioè di calcoli matematici.

Computer collegati in modalità peer-to-peer

Al contrario delle valute tradizionali, la loro diffusione avviene attraverso una rete di computer connessi in modalità peer-to-peer, cioè in grado di comunicare tra loro direttamente per inviarsi reciprocamente delle informazioni senza che ci sia la necessità di passare attraverso un calcolatore centrale (o server). Il meccanismo di trasferimento adotta un protocollo chiamato “blockchain”, cioè una specie di un registro contabile condiviso solo tra tutti gli utenti che ne fanno parte.

Ma quando il denaro è virtuale si presenta una necessità fondamentale: deve essere utilizzato in modo legale e sicuro, il che significa fare in modo che il “portafoglio virtuale” (detto wallet) di ogni possessore di criptovalute funzioni in modo adeguato, senza duplicazioni di spese. In altre parole, se si spendono 50 euro per acquistare un oggetto in un negozio, si è certi che quella banconota verrà messa nella cassa del negoziante e la stessa banconota non potrà più essere utilizzata dall’acquirente per altri acquisti. Con il denaro virtuale questa garanzia è più labile. Per questo è nata l’attività detta di mining, che significa letteralmente “estrazione” e che ha come scopo quello di verificare dove e come viene utilizzato il denaro virtuale. I miners sono per lo più giovani appassionati di informatica e hacker professionali che lavorano principalmente in Cina e nel sud-est asiatico, dove il costo dell’energia elettrica per far funzionare i computer giorno e notte è molto più basso rispetto all’Europa o agli Stati Uniti. La presenza della definizione di hacker non ci deve, però, trarre in inganno. Infatti, la funzione dei miners è fondamentale perché, insieme alla crittografia, garantiscono sicurezza e integrità delle transazioni. E non è vero che, come molti pensano, le criptovalute sono utilizzate solo per transazioni particolari, magari ai limiti della legge. In realtà oggi il denaro virtuale è spendibile per lo stesso tipo di acquisti fatti con le valute tradizionali. Anche un gigante della tecnologia come Microsoft permette, per esempio, l’acquisto di prodotti e servizi sulle proprie piattaforme attraverso il pagamento in bitcoin, la prima criptovaluta di cui si ha conoscenza.

Il Bitcoin venne creato alla fine del 2008 da un inventore ancora oggi non identificato e noto solo con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto. E da quel momento l’idea di valuta virtuale ha avuto una diffusione ed uno sviluppo per certi versi inaspettati. Oggi, infatti, oltre al Bitcoin, sono cresciute centinaia di alternative. E non è difficile immaginare che alcune di esse in futuro potrebbero essere adottate in maniera molto più consistente, con la conseguenza di accrescerne il valore in maniera esponenziale.

Vediamo allora, con qualche dettaglio, le principali:

Bitcoin (BTC)
Ha raggiunto alla chiusura di ieri (25 novembre 2017) il valore di 8754,69 dollari (+1200,23% in un anno) e la sua capitalizzazione di mercato ha superato i 149 miliardi di dollari. Rappresenta attualmente la criptovaluta più diffusa sia da parte degli sviluppatori che dei miners.

Ethereum (ETH)
Ha chiuso ieri a 464,61 dollari, con un incremento notevole rispetto agli 8,91 dollari di un anno fa (+5214,48%) ed ha una capitalizzazione di oltre 44 miliardi di dollari. In realtà la criptovaluta si chiama Ether, mentre il termine Ethereum si riferisce alla piattaforma del web 3.0, a cui è stato dato il nome della fondazione no-profit svizzera che ha lanciato nel 2014 il progetto. La peculiarità di Ethereum sta nell’innovazione portata grazie alla propria blockchain che permette di sviluppare applicazioni decentralizzate basandosi su di essa. Grazie a questa funzionalità Ethereum non è solo un modo per scambiarsi valuta ma rende possibile il trasferimento tra due nodi di un qualsiasi tipo di asset o di altro tipo di valore. E questo aspetto non è sfuggito agli occhi di banche ed altri investitori che hanno riversato nel progetto Ethereum ingenti quantità di denaro.

Bitcoin Cash (BCH)
Il 2 agosto 2017 il Bitcoin si è scisso in due a causa di un conflitto di natura tecnologica all’interno della comunità che ruota intorno alla criptovaluta più famosa. Secondo gli scissionisti, si potrebbe fare molto di più per migliorare l’efficienza della blockchain sulla gestione delle transazioni, che sono ancora troppo poche (sette operazioni al secondo) rispetto le oltre 2000 che invece riesce a sviluppare, ad esempio, Visa. Il Bitcoin Cash è oggi la terza moneta virtuale con una capitalizzazione di quasi 27 miliardi di dollari. L’ultima chiusura di ieri è stata di 1546,22 dollari, raggiunta, come scritto, in poco più di tre mesi.

Ripple (XRP)
Ha una capitalizzazione di 9 miliardi di dollari ed è anche una delle poche che consente lo scambio dei propri token (dispositivi digitali fisici necessari per effettuare un’identificazione digitale) senza applicare una commissione. L’organizzazione che sta alle spalle di questa valuta è considerata una delle più professionali ed affidabili, tanto che il Ripple è stato adottato da diverse banche, come la spagnola BBVA, la Royal Bank Of Canada, la Bank of America e la britannica Standard Chartered Bank. Ha subito forti oscillazioni in passato, ma ultimamente il volume degli scambi si sta intensificando e non si può escludere che questa criptovaluta torni ad essere sulla breccia nel 2017. Alla chiusura di ieri valeva 0,2488 dollari (+3634,77% rispetto ad un anno fa).

Litecoin (LTC)
Ha una capitalizzazione di circa 4,7 miliardi di dollari. Per molto tempo sembrava essere l’unica alternativa al bitcoin tanto che la sua quotazione aveva avuto una rapida impennata passando dai 4,38 dollari di marzo 2017 agli oltre 87 del 1° settembre dello stesso anno. Poi la sua corsa ha cominciato a rallentare e alla chiusura del 25 novembre 2017 il suo valore è di 88,79 dollari. Nonostante tutto, continua ad essere la criptovaluta più utilizzata dai siti internet che accettano pagamenti con valuta virtuale.

Monero (XMR)
Ultima tra le 6 ma solo per i suoi 2,5 miliardi di capitalizzazione, il Monero è invece la valuta virtuale del momento perché, dopo aver ristagnato per lungo tempo intorno a 40/50 dollari, improvvisamente, ad agosto del 2017 ha visto impennare il suo valore fino a 167,76 dollari della chiusura di ieri. La speculazione che ha portato il Monero a questo valore è dovuta per lo più alla fama che si è conquistata di essere la più anonima tra le criptovalute. Questa caratteristica le ha accattivato il favore dei più larghi marketplace presenti sulla Dark Net, dove vengono processati milioni di transazioni in completo anonimato ogni mese e dove il fatto di essere irrintracciabile è una caratteristica di primaria importanza. Oltre a questo, il team di Monero ha annunciato lo sviluppo di payb.ee, un gateway per i pagamenti che consentirebbe la conversione istantanea tra Monero, Bitcoin e valute ordinarie. Se il gateway fosse realizzato ci sarebbe un’adozione massiccia di Monero da parte di molti commercianti ed infine arriverebbero anche i fondi di investimento che farebbero salire il prezzo a livelli molto più alti di quelli attuali.

Dopo questa ampia panoramica sulle caratteristiche e i meccanismi del loro funzionamento, passiamo ad occuparci di un aspetto più pratico, cioè come investire in criptovalute. Chiariamo subito che se vi interessa di più l’aspetto tecnologico, cioè diventare miners, non è una buona idea. Sono infatti troppo onerosi i processi, sia in termini di hardware che di energia, perché l’operazione abbia un senso. Infatti l’algoritmo che regola la produzione di criptovaluta assomiglia ad un rebus che diventa via via sempre più complicato, come i livelli di un gioco virtuale. Così, dal punto di vista economico, l’offerta si restringe, autoregolandosi, man mano che la domanda sale.

Quindi, a chi volesse guadagnare con le criptovalute, non resta altro che farlo speculando finanziariamente sulle oscillazioni della loro quotazione. E a questo riguardo le possibilità sono due:

  1. Acquistare gli strumenti emessi dall’industria finanziaria
  2. Acquistare direttamente criptovalute

L’offerta di strumenti finanziari per investire in criptovalute è molto limitata, perché le varie Authority mondiali non hanno ancora trovato una posizione univoca nei confronti di questi strumenti. Se da un lato la Bank of Japan ha mostrato ad Aprile 2017 una decisa apertura, riconoscendo il Bitcoin come forma legale di pagamento, dall’altra la SEC (Security and Exchange Commission, l'organo di controllo americano) ha invece contrapposto un fermo diniego all’autorizzazione richiesta dai gemelli Winklevoss (gli stessi che avevano rivendicato senza successo la paternità di Facebook) in merito all’iniziativa di un Etf sul Bitcoin.

Al momento in cui scrivo, allora, al mondo è disponibile un unico ETN (Exchange Traded Note, ovvero uno strumento finanziario emesso a fronte dell'investimento diretto dell'emittente nel sottostante - diverso dalle commodities - o in contratti derivati sul medesimo) sul Bitcoin. Si chiama Bitcoin Tracker Xbt Provider, è quotato sulla Borsa di Stoccolma, controllata dal Nasdaq, ed il suo codice è XBT (ISIN SE0007525332). Le autorità svedesi sono state le uniche ad autorizzare questo “clone” sul Bitcoin. Le classi di investimento sono due: una espressa in euro e l’altro in corone. L’Etn in questione effettua al suo interno una copertura totale sul rischio Bitcoin, comprando o vendendo, cioè, una quantità giornaliera della criptovaluta uguale a quella negoziata attraverso l’Etn. In parole più semplici, questo Etn non permette di investire nella moneta virtuale ma replica fedelmente l’andamento dello spread Euro/Bitcoin. In Italia è acquistabile unicamente tramite il broker Binck (www.binck.it), a cui ci si può rivolgere direttamente aprendo un conto, o indirettamente se la vostra banca effettua un servizio di brokeraggio.

Un’altra alternativa per investire in cripto valute è rappresentata da Grayscale Investment Trust (grayscale.co), una società di gestione che ha recentemente dato il via a due fondi operanti sul Bitcoin e sull’Ethereum. Entrambi gli strumenti sono scambiati sull’OTC (Over The Counter) e per questo non sono in grado di garantire adeguata trasparenza e liquidabilità agli eventuali investitori.

Esistono, poi, anche se in misura minore, una serie di CFD, veri e propri derivati, che consentono la leva al rialzo o al ribasso sul Bitcoin e su altre divise virtuali. I broker che offrono questo servizio, però, sono ancora molto pochi.

E’ infine possibile acquistare direttamente le criptovalute. Per farlo, sarà innanzitutto necessario rivolgersi agli exchange, cioè piattaforme che permettono lo scambio tra monete a corso legale (emesse da una Banca Centrale o uno Stato) e le criptovalute (e viceversa) o tra diverse criptovalute. Dopo l’iscrizione si dovrà depositare Bitcoin oppure inviare un bonifico in euro o in dollari. Per incassare le somme, invece, ci sono due modalità: o ricevere un bonifico sul proprio conto corrente oppure farsi ricaricare una carta di credito in Bitcoin. Le piattaforme più importanti per negoziare le criptovalute sono Itbit, Coinbase Exchange, Bitstamp, Gemini, Kraken e OkCoin.

Da aggiungere che per chi volesse detenere e mettere al sicuro le proprie criptovalute esiste una sola possibilità: quella di tenerle sul proprio portafoglio virtuale, il wallet. Un wallet può trovarsi sul proprio computer oppure sul web. Quello che si trova nel computer è generato da un sofware (esempio https://electrum.org/#home) che può essere scaricato e che provvede ad installare in una cartella il portafoglio. Il wallet sul web è un sito internet (esempio https://greenaddress.it/it/) che permette agli utenti il deposito delle criptovalute detenute. In entrambi i casi, appena viene creato il prioprio wallet personale si genera automaticamente un indirizzo BitCoin, che è ciò che identifica in maniera univoca il proprio portafoglio.

ln conclusione, il risparmiatore che desidera investire in criptovalute deve essere consapevole che può incorrere in rischi significativi. Intanto, le quotazioni di questi strumenti sono soggette a fortissima volatilità, con oscillazioni che in una sola seduta possono arrivare a due cifre. In secondo luogo, gli scambi avvengono in mercati totalmente non regolamentati, privi di trasparenza, scarsa liquidità e assenze di tutela in caso di condotta fraudolenta, attacchi informatici o altri guasti.
Per questo motivo, dovrebbe essere preso in considerazione solo da soggetti con larga esperienza sugli investimenti, ma soprattutto dovrà interessare solo una parte minima delle proprie risorse finanziarie.

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