Il pretesto della Brexit

 14-06-2016 Lino Di Santo

Nella settimana appena trascorsa tutti i listini mondiali hanno registrato andamenti fortemente negativi, a causa - si legge sui principali quotidiani – dei timori sulla Brexit (Britain Exit).

"Borse europee alla deriva su timori Brexit", "Lo spettro Brexit spaventa i Mercati", "La Brexit tiene in ostaggio i Mercati", sono solo alcuni dei titoli ad effetto di questi giorni. Pressochè tutte le testate, citando studi autorevoli e analisi finanziarie dalle basi empiriche molto fragili, riportano articoli secondo i quali la causa delle vendite sui mercati finanziari sarebbe legata al vantaggio registrato negli ultimi giorni dal fronte del “SI” (Leave) rispetto a chi  invece vorrebbe rimanere nell’Unione Europea (Remain). Perché – secondo gli osservatori - l’avvio del processo di uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea avrebbe effetti nel complesso negativi o molto negativi sull’economia, sia dello stesso Regno Unito che della Ue e sarebbe uno shock per i mercati finanziari.

Potrò sbagliarmi, ma a me appare improbabile spiegare la caduta delle Borse solo con i timori derivanti dall’esito del referendum britannico. Sicuramente è un catalizzatore, ma sono altre le cause dell’instabilità dei mercati, che, a mio giudizio, hanno invece radici molto più lontane nel tempo.

La verità è che il mondo non cresce più come prima del 2008. Dal fallimento di Lehman Brothers si è sviluppato un circolo vizioso di blocco del sistema bancario, mancanza di credito, difficoltà per le imprese e per i bilanci pubblici, con effetto di avvitamento soprattutto sul settore bancario che, più degli altri, è esposto alle conseguenze della crisi.

Inoltre, in un periodo assolutamente straordinario di tassi negativi, prevale la tendenza a tenere posizioni liquide. E quindi, anche piccoli cambiamenti nelle aspettative possono provocare enormi spostamenti di capitali. Come altre volte nel passato notizie apparentemente non fondamentali hanno fornito l’innesco per rapidi cambiamenti di umore nei mercati. E ancora succederà nel futuro.

In assenza di modelli e parametri di riferimento adeguati alle incoerenze dell’economia, agli operatori finanziari non resta, infatti, che cavalcare di volta in volta gli eventi operando nel brevissimo termine, realizzando profitti tra le pieghe dei listini.  

Nelle ultime settimane i grandi investitori, quelli che muovono i mercati, stanno vendendo col pretesto della Brexit. In primo luogo gli Hedge Funds, gli Etf, i panieri e i certificates. Ma pure i fondi sovrani dei Paesi produttori di petrolio, che lo fanno ogni volta che il greggio ribassa, per coprirsi dalle perdite innescate sui conti pubblici.

In conclusione, Brexit o non Brexit, i cui effetti immediati a mio avviso saranno già scontati dai mercati, compreso quello valutario, prima dell'esito del referendum, sarà opportuno valutare piuttosto la reale capacità di crescita dell'economia globale, da tanti (oramai troppi) anni condizionata da alcuni fattori che sembrano sfuggire ad analisti ed operatori finanziari.

I fattori di debolezza sono strutturali e in quanto tali ci accompagneranno ancora per il futuro. Così come la volatilità dei mercati, con la quale faremo i conti per molti anni a venire.

Sarà bene tenerne conto – d’ora in avanti - quando dovrete adottare strategie di investimento, soprattutto di lungo termine. Questo, infatti, potrebbe non essere più sufficiente per ottenere risultati apprezzabili, a meno che non vogliate farlo per i vostri nipoti.

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