Che succede se la mia banca fallisce?

 17-01-2016 Lino Di Santo

In generale con il termine asset (in italiano, attività) di una banca si intende qualsiasi cosa si possa valutare ed esprimere in termini finanziari (macchine, investimenti, immobili, affari, eccetera), incluse le riserve di liquidità, i crediti e i titoli.

Le passività (liabilities), invece, sono tutte le obbligazioni verso terzi, inclusi i depositi e i debiti, che sono rappresentati da prestiti interbancari a breve termine, obbligazioni, e così via.

Assets (Attivo) Liabilities (Passivo)
Cassa e disponibilità liquide 70 Debiti verso banche (prestiti interbancari) 1.430
Attività finanziarie 2.200 Debiti verso clientela (depositi) 4.200
Crediti 7.100 Titoli in circolazione 3.240
Attività materiali 185 Capitale, riserve e azioni proprie 1.070
Attività immateriali 300    
Altre attività 145 Utili/Perdite 60
Totale Attivo 10.000 Totale Passivo 10.000

Per definizione, il capitale, che rappresenta le azioni della banca, è uguale alle attività meno le passività.

Una banca è solvibile se i suoi assets superano le sue liabilities, come in questo esempio di bilancio.

Se il valore dei suoi assets diminuisce, per esempio perché un debitore non rimborsa un prestito, o per un cambiamento nelle condizioni del mercato che la porta a dover vendere dei titoli ad un valore inferiore a quello iscritto in bilancio, il suo capitale diminuisce.

Quando il capitale scende a zero o sotto zero, la banca diventa insolvente.

Facciamo un esempio e supponiamo che un debitore della banca (può essere un’altra banca, ad esempio, o qualunque altro soggetto abbia richiesto prestiti) fallisca, e supponiamo inoltre che la perdita per la banca sia pari a 1.070. Gli assets totali della banca si riducono perciò di pari ammontare. Nel nostro esempio, il bilancio diventa (i valori in rosso sono quelli cambiati):

Assets (Attivo) Liabilities (Passivo)
Cassa e disponibilità liquide 70 Debiti verso banche (prestiti interbancari) 1.430
Attività finanziarie 2.200 Debiti verso clientela (depositi) 4.200
Crediti 6.030 Titoli in circolazione 3.240
Attività materiali 185 Capitale, riserve e azioni proprie 60
Attività immateriali 300    
Altre attività 145 Utili/Perdite 0 
Totale Attivo 8.930 Totale Passivo 8.930

A causa del fallimento del proprio debitore la banca non fa più utili, ed il proprio capitale si riduce da 1.070 a 60. A questo punto la banca potrebbe ancora tentare di incrementare a pagamento il proprio capitale attraverso l'emissione di nuove azioni, oppure attraverso un aumento del valore nominale delle azioni esistenti (aumento di capitale).

Senonchè, il timore del fallimento potrebbe indurre contemporaneamente molti correntisti e depositanti a prelevare i propri risparmi (come è successo alla Northern Rock Bank, la quinta banca inglese, nel 2007).

Per far fronte alle richieste dei depositanti, la banca si trova allora costretta a vendere i suoi crediti, titoli ed altri assets ad un prezzo inferiore al valore a cui sono iscritti in bilancio, innescando un meccanismo che porta ad una ulteriore riduzione del capitale.

Rifacciamoci sempre all’esempio e supponiamo infatti che la corsa agli sportelli della banca produca prelievi per complessivi 3.110. La banca copre i primi 2.900 con le sue riserve di liquidità e le attività di cui dispone, ma poi è costretta a vendere anche una parte dei crediti, svalutandoli, per recuperare i 210 di cui ha bisogno (nell'esempio, ha dovuto vendere a 210 crediti iscritti in bilancio per 270).

La situazione che si presenta ora è quindi:

Assets (Attivo) Liabilities (Passivo)

Cassa e disponibilità liquide

0

Debiti verso banche (prestiti interbancari)

1.430
Attività finanziarie 0 Debiti verso clientela (depositi) 1.090
Crediti 5.760 Titoli in circolazione 3.240
Attività materiali 0 Capitale, riserve e azioni proprie 0
Attività immateriali 0    
Altre attività 0    
Totale Attivo 5.760 Totale Passivo 5.760

I suoi debiti sono diminuiti di 3.110, ma i suoi assets di 3.170, il capitale si annulla e per questo la banca è insolvente.

Non resta che vendere gli assets residui per soddisfare i creditori. Se questi vengono venduti al valore di bilancio (5.760), tutti i depositanti e gli altri creditori possono essere pienamente rimborsati. Ci rimettono solo gli azionisti (perché il capitale è 0) e vengono cancellati.

Se la vendita dei crediti residui invece permette di raccogliere una cifra inferiore (si pensi ad esempio a prestiti concessi ma non esigibili), sufficiente a rimborsare per intero i depositanti (1.150), ma non gli altri creditori, allora questi subiranno un “taglio” (haircut) proporzionale al valore residuo dell’attivo (ad esempio, se dopo aver soddisfatto i depositanti, restano solo 2.305, allora l’haircut sarà del 50%).

In casi estremi, i creditori non assicurati possono vedere i loro crediti cancellati e anche i depositanti potrebbero essere costretti a subire un haircut (come è successo alle banche cipriote nel 2013).

Il fallimento di una banca (tanto più se di grandi dimensioni) è però un fenomeno che si cerca di evitare ad ogni costo. Prima di tutto perché indurrebbe al panico che danneggerebbe l'intero sistema finanziario. Ed in secondo luogo, perché, in caso di haircut, anche gli altri istituti che hanno concesso prestiti alla banca insolvente ne pagherebbero le conseguenze, scatenando così una reazione a catena da cui non si salverebbe nessuno.

Prima dell’accordo europeo sul cosiddetto bail-in (firmato nel giugno del 2013, subito dopo il salvataggio di Cipro), erano diverse le modalità e diversi i soggetti che erano chiamati ad intervenire per evitare il fallimento di una banca. In primo luogo lo Stato nel quale aveva sede la banca insolvente, che interveniva per “salvare” (bail-out) azionisti e creditori. In alcuni casi, infatti, i prestiti pubblici di emergenza sono stati sufficienti a salvare una banca dandole il tempo necessario a vendere gli assets a un miglior prezzo o anche soltanto aiutandola a ripristinare la profittabilità. Perché il prestito pubblico, aumentando gli assets e le liabilities di un uguale ammontare, non incide direttamente sul capitale della banca.

Casi del genere recenti in Italia sono stati i Tremonti Bond nel 2009 sottoscritti da quattro banche di interesse nazionale per un controvalore complessivo di 4.05 miliardi di euro al tasso di interesse compreso tra il 7,5% e l’11% annuo (Banco Popolare – 1.450 milioni di euro, Banca Popolare di Milano – 500 milioni di euro, Banca Monte dei Paschi di Siena - 1.900 milioni di euro e Credito Valtellinese – 200 milioni di euro). Ancora più recentemente i più noti Monti Bond emessi nel 2012 per un totale di 3.92 miliardi al fine di procedere al rafforzamento patrimoniale di Banca Monte dei Paschi di Siena. Ma interventi dello stesso tipo si sono registrati un po’ dovunque in Europa, dai 250 miliardi di aiuti di Stato che la Germania ha effettuato a favore delle banche tedesche ai 60 miliardi delle spagnole.

Dopo aver rischiato una procedura d’infrazione da parte di Bruxelles (per il ritardo accumulato), anche l’Italia ha recepito a luglio la Direttiva che diventerà operativa dal gennaio del 2016 sul cosiddetto Meccanismo unico di risoluzione delle crisi (Single Resolution Mechanism, SRM), che si traduce nell’introduzione di alcune norme europee univoche sulla gestione delle crisi bancarie. Come ha avuto modo di chiarire Ignazio Visco, le nuove regole «non consentono d’ora in poi il salvataggio di una banca senza un sacrificio significativo da parte dei suoi creditori». Solo in un secondo momento potrà continuare ad intervenire lo Stato (bail-out).

La direttiva europea prevede infatti un ordine di priorità. I primi chiamati a partecipare saranno gli azionisti della banca; poi i detentori di altri titoli di capitale, come le obbligazioni; gli altri creditori subordinati; i creditori chirografari; le persone fisiche e le piccole e medie imprese titolari di depositi per l’importo sopra i 100.000 euro; infine il «Fondo di garanzia dei depositi, che contribuisce al bail-in al posto dei depositanti protetti». Insomma, l’intervento dello Stato per evitare il fallimento è l’ultima risorsa. Essa si attiverà infatti solo se i primi interventi non saranno stati sufficienti ad evitare il fallimento.

Questa gerarchia segue una logica. Che chi investe in strumenti finanziari più rischiosi sostenga prima degli altri le eventuali perdite o la conversione in azioni. Solo dopo aver esaurito tutte le risorse della categoria più rischiosa si passa alla categoria successiva. In primo luogo, si sacrificano gli interessi dei “proprietari” della banca, ossia degli azionisti esistenti, riducendo o azzerando il valore delle loro azioni. In secondo luogo, si interviene su alcune categorie di creditori, le cui attività possono essere trasformate in azioni - al fine di ricapitalizzare la banca - e/o ridotte nel valore, nel caso in cui l’azzeramento del valore delle azioni non risulti sufficiente a coprire le perdite.

E’ allora evidente che gli investitori devono cominciare a fare estrema attenzione ai rischi di alcuni investimenti fin dalla sottoscrizione, oppure controllare con particolare cura la tipologia di strumenti finanziari in loro possesso (le misure si applicheranno anche agli strumenti già emessi). Come prima opzione, ad esempio, è preferibile un deposito coperto dal Fondo di garanzia in luogo delle obbligazioni, soggette invece a bail-in. E’ importante sottolineare infine che le azioni o le obbligazioni emesse da una banca in difficoltà subiscono aggressione anche se depositate presso una banca “sana”.

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Approfondimenti

QUALI SONO LE FORME DI INVESTIMENTO ESCLUSE DAL BAIL-IN

Sono completamente esclusi dall'ambito di applicazione e non possono quindi essere nè svalutati nè convertiti in capitale:

  • i depositi protetti dal sistema di garanzia dei depositi, cioè quelli di importo fino a 100.000 euro;
  • le passività garantite, inclusi i covered bonds e altri strumenti garantiti;
  • le passività derivanti dalla detenzione di beni della clientela o in virtù di una relazione fiduciaria, come ad esempio il contenuto delle cassette di sicurezza o i titoli detenuti in un conto apposito;
  • passività interbancarie (ad esclusione dei rapporti infragruppo) con durata originaria inferiore a 7 giorni;
  • le passività derivanti dalla partecipazione ai sistemi di pagamento con una durata residua inferiore a 7 giorni;
  • i debiti verso i dipendenti, i debiti commerciali e quelli fiscali purchè privilegiati dalla normativa fallimentare.


Ulteriori chiarimenti in materia di bail-in sono contenuti nel documento pubblicato sull'argomento dalla Banca d'Italia.

La gerarchia del bail-in

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