I mercati spaventati dai bilanci bancari

 01-06-2016 Lino Di Santo

Negli ultimi mesi si fa un gran parlare di Cet1 (ne parlo qui), il parametro in base al quale si misura la solidità di una banca. Da quando è stato introdotto, non esiste comunicazione pubblicitaria che non contenga riferimenti a tale coefficiente. Tutte le banche lo utilizzano per dimostrare il proprio livello di affidabilità e solidità, sempre elevato.

Ma allora, se tutte le banche sono sopra la soglia minima regolamentare del Cet1 prevista dalla Banca Centrale Europea, perché il valore delle loro obbligazioni subordinate o dei cocos (obbligazioni convertibili che permettono all'emittente di saltare il pagamento in periodi di stress e di convertirle in azioni per rafforzare il capitale) crolla? Perché i prezzi delle azioni di un grandissimo numero di banche quotate si sono più che dimezzati? Insieme a Banco Popolare e Monte dei Paschi di Siena che in borsa hanno perso nell’ultimo anno rispettivamente il 73,38% ed il 67,99% del proprio valore, ci sono anche Unicredit con una discesa del 56,23% e Intesa SanPaolo che ha perso il 31,08%. Tutto il settore bancario italiano sembra essere aggredito da un’ondata di vendite. L’indice FTSE Italia Banche che monitora l'andamento in Borsa del comparto bancario italiano, da giugno 2015 è sceso del 44,86%.

E c’è anche chi all’estero sta peggio di noi. In Europa non c'è pressochè nessuna banca (escluse forse solo le scandinave) che riesca a farsi apprezzare dalla Borsa più del suo capitale netto.
Basta guardare alle quotazioni di Deutsche Bank, il cui valore si è più che dimezzato nel giro di pochi mesi: valevano 34 euro il 31 luglio 2015, mentre oggi, primo giugno 2016, sono arrivate a 15,2. Se allarghiamo l’osservazione ad un periodo più ampio, le discese assumono i contorni di un vero e proprio crollo. Il 1° aprile 2007, ogni azione della mitica Commerzbank tedesca valeva ben 220 euro mentre oggi ne vale appena 8,59.

Bisogna cercare di capire che cosa succede. Certo, tutto il sistema bancario - italiano e non - è afflitto da scarsi margini di profitto, oberato da diverse centinaia miliardi di sofferenze e con il divieto di costituire una Bad Bank assistita dalla garanzia dello Stato. Ma basta questo per spiegare il polverizzarsi del valore dei titoli bancari (azionari ed obbligazionari), messi sotto attacco da una raffica di vendite provenienti praticamente da tutti i settori?
Perchè il mercato punisce anche sistemi bancari meno legati all'economia reale con minori volumi di credito sugli attivi e in Paesi meno sofferenti del nostro in termini di crescita?

Nessuno nega la difficoltà delle banche sul fronte delle continue svalutazioni di prestiti deteriorati. E lunghi anni di recessione si sono riflettuti quasi in automatico sui loro bilanci.

Ciò che preoccupa gli osservatori e provoca la costante disaffezione dal comparto bancario non può essere però ricondotto semplicemente alla riduzione della profittabilità. Pur se si tratta di cifre importanti, esse sono ampiamente gestibili soprattutto da colossi con migliaia di miliardi di attivi.
Ma se provassimo per un attimo a trattare come sofferenze, trasmutandole, le diverse decine di miliardi di titoli illiquidi che molte delle grandi banche europee hanno tuttora in pancia scopriremmo che non sono i prestiti deteriorati a imprese e famiglie il vero problema. Le vere “sofferenze” delle banche portano il nome della finanza truccata, della turbo-finanza speculativa che occupa gran parte delle loro attività. Le maxi-perdite che spesso fanno capolino su giganti bancari (Deutsche Bank nel 2015 ha accumulato oltre 7 miliardi di euro di perdite, una cifra pari a un quinto dell’intero debito greco) sono, volta per volta, gli effetti delle svalutazioni di titoli, derivati, asset tossici, che, anche a distanza di otto anni dal fallimento di Lehman Brothers, continuano a rappresentare il cuore dell’attività bancaria.
Tanto per dare un'idea, Deutsche Bank, sempre lei, aveva a fine 2015 ben 32 miliardi di titoli non valutabili dal mercato. Possono valere 100, 50, 10 nessuno lo sa. Sono però la metà dell'intero capitale della banca. Per Barclays (61 miliardi di sterline) i titoli illiquidi sono addirittura l'80% del patrimonio. Per Bnp Paribas alla fine del 2014 valevano il 39% dell'intero capitale della banca. Anche per la solidissima Credit Suisse oltre 20 miliardi di attività illiquide costituivano nel 2015 il 79% del capitale. Tra le italiane, Intesa Sanpaolo con un capitale di 47 miliardi di euro aveva a bilancio titoli tossici per 6,7 miliardi di euro.

Come mai, pur in presenza di una simile montagna di rischio potenziale, nell’ottobre del 2015, molte banche hanno potuto superare gli stress test dell’Eba (European Bank Authority), evidenziando coefficienti di solidità patrimoniale ben al di sopra del limite minimo?

Può definirsi reale un coefficiente che invece di giudicare la sicurezza di una banca dalla sua esposizione economica (perdita da fluttuazioni del mercato), la valuta dalle dimensioni della sua esposizione di credito (rischio di controparte)?

Sono queste le domande principali che si pongono gli operatori. Le risposte possibili alimenta lo scetticismo e li induce a disfarsi delle posizioni sul comparto bancario invece che accumularle.

E ad aggravare il nervosismo, poi,  è sopraggiunta una notizia che è passata quasi inosservata sugli organi di informazione. Per comprenderne gli effetti, bisogna fare un piccolo passo indietro.

Dopo il fallimento di Lehman Brothers, l’impegno dei regolatori globali è stato quello di diminuire la rischiosità sistemica delle grandi banche, soprattutto per quello che riguarda i titoli tossici. Gli accordi di Basilea, in particolare Basilea III, avrebbero imposto alle banche, a partire dal 1° gennaio 2018, la presenza di un livello massimo di leva finanziaria, pari al 3% delle attività in bilancio e fuori bilancio, inclusi i derivati. In parole più povere, se hai dei derivati, dato che sono pericolosi per tutti, questi devono essere coperti totalmente.

Fino ad oggi la quasi totalità delle banche europee ha adottato il sistema contabile tedesco che invece include solo la quota o il margine che viene versato dai clienti a copertura parziale del rischio, consentendo quindi l’assorbimento di un capitale nettamente inferiore. In sostanza, è la stessa banca a decidere, attraverso dei modelli interni e con ampio margine di discrezionalità, quale valore attribuire a questi strumenti.

Poiché le nuove regole avrebbero obbligato le banche più esposte sui derivati (le banche tedesche in primis) alla loro cessione o ad effettuare consistenti rafforzamenti sul capitale, è intervenuta Berlino facendo fare un immediato dietro-front al Comitato di Basilea. “Dopo due anni di discussioni – scrive Alessandro Plateroti su “Il Sole 24 Ore” – l’orientamento è quello di permettere a tutte le banche di fare come Deutsche Bank, scalando i margini dal bilancio e adottando persino il suo sistema di calcolo della leva”.
L’annuncio formale – continua Plateroti – della svolta avverrà a breve, ma non c’è dubbio che l’offensiva tedesca abbia cambiato le regole del gioco”.

In conclusione, sembra una strada senza uscita. Se passasse la regola di copertura integrale dei derivati, le banche sarebbero chiamate a poderosi aumenti di capitale dagli esiti probabilmente devastanti per molte quotazioni azionarie. Se, viceversa, prevalesse la modifica imposta da Berlino, tutti gli istituti finanziari saranno obbligati ad attuare i sistemi di copertura di Deutsche Bank, facendo un uso spregiudicato delle leve finanziarie maggiormente pericolose, se vorranno rimanere sul mercato.

Comunque vada, il primo che cadrà trascinerà tutti gli altri. E' questo il rischio che viene percepito dagli operatori del mercato che, avendo imboccato una spirale ribassista, sembrano voler dire “voi guardate il Cet, ma, nel dubbio, io vendo”.

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