Deutsche Bank e il dossier Italia

 07-05-2016 Lino Di Santo

La Deutsche Bank è stata indagata dalla Procura di Trani per manipolazione di mercato assieme all’ex management del gruppo. La vicenda riguarda la massiccia vendita, per 7 miliardi di euro circa, di titoli di Stato italiani che sarebbe avvenuta nel primo semestre 2011.

La banca è accusata di manipolazione del mercato perché la vendita massiva dei titoli di Stato detenuti - secondo il pm di Trani Michele Ruggiero - ha alterato il valore di mercato dei titoli stessi, violando la normativa in vigore.

A dire la verità, la vicenda è già nota da tempo. Già a luglio del 2011, infatti, il Financial Times aveva scritto che nei primi sei mesi del 2011 la banca tedesca aveva venduto l’88% dei titoli di stato italiani che aveva in portafoglio. La notizia venne ripresa anche da diversi quotidiani italiani, tanto che l'ex presidente della Commissione Europea Romano Prodi ebbe a lamentarsi in maniera veemente dello scarso senso di responsabilità e di solidarietà dell’istituzione creditizia tedesca.

Questa avrebbe di fatto scommesso contro la tenuta dei titoli di Stato italiani: considerando i 719 milioni di titoli disponibili per la vendita, i 641 milioni di finanziamenti diretti concessi allo Stato italiano e i 2,6 miliardi di credit default swap sul debito sovrano, l'esposizione a metà 2011 risultava positiva per appena 996 milioni (avendo inoltre sui BTp una posizione di trading negativa per 2,9 miliardi, per effetto del prevalere delle vendite allo scoperto). Mentre appena sei mesi prima, a fine 2010, ammontava a otto miliardi di euro. Il roadshow che l'ex presidente di Deutsche Bank Josef Ackermann tenne a settembre del 2011, evidenziò come la banca tedesca mentre comunicava ai mercati finanziari la sostenibilità del debito sovrano dell'Italia, riduceva drasticamente il possesso di titoli di Titoli di stato in portafoglio.

La presentazione di Ackermann

Fin da allora furono molti gli osservatori che attribuirono alla decisione di Deutsche Bank l'aumento del differenziale di rendimento tra BTp e Bund, che dai 195 punti di luglio 2011, schizzò agli oltre 552 di novembre dello stesso anno, con tassi italiani vicini all'8%.

Spread BTP/Bund durante la crisi

Lo spread non è solo un valore “teorico”. E’ piuttosto un parametro che impatta direttamente sulle nostre tasche. Prima di tutto, come risparmiatori, perché in quei mesi del 2011 i nostri Btp persero abbondantemente il 40% del loro valore. E per chi li ha venduti temendo il default dello Stato italiano, questo si è trasformato in una perdita secca.

In secondo luogo, per ogni punto percentuale di aumento dello spread il Tesoro paga 19 miliardi di euro all’anno in più di interessi sul debito pubblico. Più l’aumento dello spread si prolunga nel tempo, più diventa grande la quota di debito pubblico da “rinnovare” e maggiore il suo costo. Secondo le stime di alcuni analisti finanziari, l’aumento dello spread nel 2011 è costato alla finanza pubblica oltre 195 miliardi di euro. Tutto denaro sottratto alla spesa pubblica: salari, istruzione, sanità, servizi, investimenti. Ma soprattutto tasse per gli italiani.

Io non so se l’indagine trasformerà in reato il comportamento della banca tedesca. Né intendo discutere sulle modalità con le quali la Deutsche Bank ha inteso realizzare i suoi utili. Ma i risparmiatori italiani che si dicono tentati dalla “Deutsch Solidität” devono sapere da dove vengono i servizi loro offerti e che tipo di comportamenti ha avuto, per lo meno in passato, la banca.

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